lunedì 23 dicembre 2013

Regalo di Natale (ovvero: 20 minuti)

Domani attacco in un posto nuovo.
Fisicamente nuovo. Le dinamiche e le persone che mi porto dietro non lo sono per niente.
Vabbè.
Ecco il mio regalo di Natale.
auguri
charlieboy

20 minuti - Offlaga disco pax (http://www.youtube.com/watch?v=2SrGiyUEPDM)

Mio padre è morto dopo 54 anni complicati
e un nome difficile da portare come un sorriso mai segnato da dubbi

non andavamo d'accordo

invecchiando trovo in me particolari di lui, alla mia età di adesso:
qualche segno delle mani, un'espressione allo specchio, un tono di voce

questa cosa non mi piace per niente

da quando se ne è andato ho un'eredità natalizia:

aveva un amico, un milanese conosciuto al servizio militare in Friuli
nei loro vent'anni
era l'inizio degli anni '60 e devono essere stati momenti di grande condivisione
e scoperta del mondo.
Questo tizio io l'ho visto solo due volte, da bambino
gente che aveva più borghesia e più boria di noi
L'ho reincontrato, quell'amico lontano, solo davanti al letto di mio padre morente.

Da allora quell'uomo ha deciso

che io sono mio padre

Ogni anno, la vigilia di Natale, chiama,
parla con me, venti minuti, di cose che non so
e di un periodo in cui non ero ancora nato.
Ha il tono cameratesco che usava con lui
e si sbaglia perfino a chiamarmi per nome.
Mi dice "ti ricordi quello li? quella là?"
esattamente come fossi lui.

Non ho mai condiviso le scelte di mio padre
l'ho odiato cordialmente.
Da sempre.
Ora che non c'è più, sono sereno.
Ho risolto le cose che avevo in sospeso.

Ma ogni anno sento una voce che parla di lui come una persona meravigliosa
e ne parla come non ne ho mai sentito parlare.
Non lo riconosco in quelle storie di amicizia
durata oltre la naturale scadenza.
Resto in silenzio davanti alla devozione di un signore che mi è estraneo.
Che chiama ogni tanto, da molto lontano.
E per pochissimo tempo.

E' una devozione che non è nemmeno paragonabile alla mia.
Che è quasi assente.

Venti minuti.
Non uno di più.

Anche stamattina.
Parla. Racconta. Quasi piange.
Si congeda e mi chiama col suo nome.
Poi si corregge. Mette giù.
Non era con me che voleva parlare.
Non era di me che aveva bisogno.

Mio padre, per tanto tempo,
mi ha telefonato solo una volta all'anno.
La vigilia di Natale.

Era l'unico gesto che si sentiva di fare nei miei riguardi,
vista l'evidente ostilità che gli riservavo.
Quella telefonata, fatta da nove chilometri,
freddi e distanti quanto lo stretto di Bering,
gli costava molto.

Ma non se la negava mai.

Un punto d'onore.

"Ciao figlio, tuo padre sta bene.
Fatti sentire ogni tanto.
Come sta tua madre?
Valla a trovare.
Almeno lei.
Ciao figlio, buon Natale"

Per uno come Metuccio, doveva essere uno sforzo grandissimo.
Ultraterreno.
Talmente grande che ancora non si è esaurito del tutto.



domenica 17 novembre 2013

democracy

Vorrei stanare le speranze rimaste sepolte chissà dove e prenderle a calci nel culo.
Sfigurarle, rispedirle lontano nel paese dei sogni, da dove sono venute, perché è chiaro che qui non funzionano.
E' chiaro che la mia è una crociata (persa in partenza) contro il dolore. Quella cosa che si genera su base nervosa, nocicettiva somatica o viscerale.
Quella roba che rende un uomo una larva, l'ombra di se stesso, l'antitesi della dignità.
Ma chi se ne fotte; infin dei conti qui ci sono io che invece di bestemmiare e spaccarmi le mani prendendo a pugni il muro mi sfogo stringendo forte questa matita del cazzo, tanto da generare un crampo giusto in mezzo alla mano.
Stringo i denti, bevo, mi agito ma non basta a farlo scomparire ne a dargli un senso.
E allora vaffanculo, faccio come dico io, dico di no, non vivo apposta, sciopero da me stesso.
Il dolore lo puoi pagare in un'unica soluzione oppure, come me, scontarla poco tutti i giorni.
Soffrire poco, piano piano, a rate.
Compiacersi nel prendere a calcinculo la speranza che non sono ancora riuscito a smantellare.
Non ho ancora capito il perché, ma non ho trovato qualcuno/a che "meriti" il mio dolore, la mia "sofferenza".
Alla fine, almeno a queste latitudini, ho l'impressione che l'aliquota di sofferenza sia più o meno uguale per tutti.
questa sì che è democrazia
charlieboy

mercoledì 6 novembre 2013

L'albero della memoria

Me lo scrivo giù, a matita, prima che le parole scappino via, una ancora una volta di fronte a cosa non lo so. Alle emozioni, forse.
Perché ho l'impressione che ci sia qualcuno, con i piedi ben piantati per terra che alza il brazzo e mi indica. E indica la strada che sto percorrendo, e lo fa come un po' come consiglio e un po' come gesto di approvazione. E' allora che sento tutta quest'emozione salire su e poi il sapore delle lacrime e il naso che cola.
Copio e in collo perché parole così non sono in grado di metterle in fila.
"...allora sentirai che ti chiamano, e li sentirai mormorare le ninna nanne della madri, ma portano un senso di dovere oscuro, antico e austero. L'orgoglio del lavoro ben fatto con le mani.
"Dammi un fiasco di rosso...ostia!" ti direbbero, se potessero parlare."

"A volte penso che la patria sia stata smantellata più dalla pace che dalla guerra. Ti chedi se ciò che ha portato alla disfatta di Caporetto non sia la stessa cosa che rende ingovernabile, oggi, il paese. Il prevalere dei furbi e dei passacarte.
La distanza incolmabile dei potenti dalla buona Italia di cui non si parla".

L'albero tra la trincee (DVD).
Memorie dalla prima guerra mondiale.
consigliato
charlieboy

sabato 2 novembre 2013

dilemma

Non ho ancora capito se è peggio accettare la propria natura oppure cercare di contrastarla.
Oggi come oggi mi risulta più facile la prima opzione.
in ogni caso si prova dolore
charlieboy

lunedì 28 ottobre 2013

Lazy

Non ho voglia di andare a fare la spesa, di cucinare, di lavare, stirare, buttare la spazzatura, non ho voglia di occuparmi di me, di allacciarmi le scarpe, di cambiare i maglioni, i jeans, di comprare delle scarpe che mi servirebbero, di aprire i libri, leggere, scrivere, suonare, parlare di persona o al telefono, non ho voglia di guardare la televisione, di ascoltare musica, di essere gentile o educato, di pensare a quello che pensano gli altri di me, di immedesimarmi, di manifestare sentimenti di dolcezza o semplicemente di empatia, perché non li provo ed ogni volta che ci provo finisco con il fingerli e magari piuttosto male, non ho voglia di pensare al lavoro ed ai miei più prossimi stravolgimenti, non ho voglia di pensare a tutta la merda che avrò da mangiare, perché ce n'è ancora tanta in dispensa per il sottoscritto. Ogni volta che mi sono trovato in una situazione critica ne sono sempre uscito un po' più rafforzato ma, si da il caso che non abbia voglia di pensare nemmeno a quello. Non ho voglia di pensare al mio futuro e nemmeno al fatto che non scrivo più perché non mi sembra di scrivere più nulla di speciale, che forse è anche vero, ma nemmeno di quello ho voglia. Non ho voglia di mangiare dolce, salato, speziato, piccante o agrodolce, non ho voglia di bere vino, birra, whisky, cognac, acqua o stravecchio. Non ho voglia di avere ragione, ne di avere torto. Non ho voglia di corteggiare una donna e poi scoprire che mi rompo il cazzo e darmi ragione perché lo sapevo dal primo momento che mi sarei rotto il cazzo e non ho voglia di sapere come va a finire. Non ho voglia di sollevare il sipario e non ho voglia di sapere che cosa ci si nasconde dietro. Non ho voglia di sentire cazzate, o gente che si giustifica, non ho voglia di sentire la voce altrui e nemmeno la mia. Non ho voglia di conoscere la soluzione, il processo logico per risolvere il problema. Non ho voglia di mentire, di fingere, di essere accomodante, razionale, lucido, e nemmeno ho voglia di giustificarmi.
Fondamentalmente sono pigro
charlieboy

martedì 24 settembre 2013

lunedì 16 settembre 2013

Il giorno prima

Le ombre si allungano e il mio muso pure.
Il "giorno prima" è un tema presente nel mio blog, il primo post l'ho scritto poco più di 2 anni fa, la sera prima di saltare a piè pari nel mondo del lavoro. Il "giorno prima" si ripresenta, perché alla fine ce n'è sempre uno.
Domani torno a lavorare dopo un bel po' di giorni lontano. Lontanissimo.
Ritrovo la situazione (quantomeno interiore) che avevo lasciato prima di partire, prima di chiudere la porta alle spalle pronunciando: "Fanculo" a denti stretti e con tanta rabbia mista a delusione, a disillusione e a schifo. Ecco qua.
Lo schifo di tutti i giorni; ma non è tanto quello che faccio che mi fa schifo.
Sono giunto alla conclusione che non è la parte operativa a "disturbarmi", potrei impilare mattoni, tirare bulloni, lavorare al tornio o in una tintoria... il feedback dall'attività manuale sarebbe sempre quello. Applicare un metodo, compiacersi nel "creare" qualche cosa.
Quello che mi schifa sul serio è avere a che fare con la gente, a rapportarmi con tutte quelle merde con cui divido il luogo di lavoro. Quello che trovo più pesante è esattamente questo, essere costretto a rapportarmi con gente che non stimo per nulla e con la quale non voglio avere nulla in condivisione.
E' questo che mi ammazza giorno per giorno, che rende le giornate lunghe, lunghissime, che rende il lavoro un conto alla rovescia prima di stimbrare per tornare a casa il prima possibile, ma per fare cosa? Magari per annoiarmi, magari per non fare nulla, dormire alle volte, alle volte andare in palestra o suonare... tutto pur di non stare la dentro. Non in mezzo a quella gente del cazzo. Tutti tronfi ed autoreferenziati, tutti pompatissimi per un mestiere che scopro, giorno per giorno appartenere ad individui abietti, dalla scarsa intelligenza, dalla moralità rovesciata...
Ci sguazzo in questa merda conscio di due cose, primo, ho sbagliato mestiere (e lo dico, tristemente, dopo un mucchio di anni buttati via a studiare cose di cui non mi frega un cazzo), secondo, temo che l'ambientino si ripresenti con le stesse modalità in tanti e tanti altri luoghi.
La cosa mi imbarazza e mi sconforta e mi fa pensare che soluzione non ce n'è, che c'è da mangiare merda perché qualcuno ha deciso così...
Astrarmi con tutte le mie "attività" non mi basta più, forse non mi è mai bastato ma aveva creato un diversivo per un certo tempo.
Ah, gli affari di cuore sono congelati, come i miei sentimenti. Riprende piede l' autodiagnosi di "narcisista", ma infin dei conti a quello non ci credo molto neanche io perché il narcisista non soffre. Io invece sì.
Sperpero il mio stipendio in attesa del cambio di umore che generalmente giunge puntuale ed "attesissimo" con l'autunno. Dicevano che con il passare degli anni si sarebbe ridotto, avrò modo di valutare.
bentornato
charlieboy