mercoledì 19 dicembre 2012

Non vorrei crepare

Scrivo...
cancello...
riscrivo...
faccio fatica in questo periodo.

Non vorrei crepare (B. Vian)
Non vorrei crepare
 prima d'aver conosciuto
 i cani neri del Messico
 che dormono senza sognare
Le scimmie a culo nudo
  divoratrici dei tropici
I ragni d'argento
  dal nido pieno di bolle
Non vorrei crepare
  senza sapere se la luna
  sotto la sua falsa aria di moneta
  ha un lato appuntito
Se il sole è freddo
Se le quattro stagioni
  sono davvero quattro
Senza aver provato
  a portare un vestito
  lungo i grandi viali
Senza aver guardato
  dentro a un tombino
Senza aver ficcato il cazzo
  nei posti più impensati
Non vorrei crepare
  senza conoscere la lebbra
  o le sette malattie
  che si prendono laggiù
Il bene e il male
  non mi farebbero penare
Se sapessi
  che ne avrò la strenna
E c'è anche
Tutto ciò che conosco
Tutto ciò che apprezzo
E che so che mi piace
Il fondo verde del mare
  dove le alghe ballano il valzer
  sulla sabbia ondulata
L'erba bruciata di giugno
La terra che si screpola
L'odore delle conifere
E i baci di colei
  che questo che quello
La bella ecco
Il mio Orsetto, Orsola
Non vorrei crepare
Prima d'aver consumato
  la sua bocca con la mia bocca
  il suo corpo con le mie mani
  il resto coi miei occhi
Non dico altro bisogna pur
  mantenersi riverenti
Non vorrei crepare
  prima che abbiano inventato
Le rose eterne
La giornata di due ore
Il mare in montagna
La montagna al mare
La fine del dolore
I giornali a colori
Tutti i bambini contenti
E tante cose ancora
Che dormono nei crani
  di geniali ingegneri
  di allegri giardinieri
  di socievoli socialisti
  di urbani urbanisti
  e di pensatori pensierosi
Tante cose da vedere
  da vedere e da sentire
Tanto tempo d'attendere
  a cercare nel nero

E io vedo la fine
  che brulica e che s'avvicina
Con la sua gola ripugnante
  e che m'apre le braccia
Di ranocchia brancicante

Non vorrei crepare
Nossignore nossignora
Prima d'aver provato
  il gusto che mi tormenta
  il gusto più forte
Non vorrei crepare
  prima di aver gustato
  il sapore della morte...



La fine del dolore.
Già.
la fine del dolore
charlieboy

sabato 1 dicembre 2012

Spumador

La cameriera serve al tavolo acqua frizzante S.Antonio, alla vista dell'etichetta si riaccendono un mucchio di ricordi legati a mia nonna, alla sua casa in campagna, al suo carattere, alla sua persona, ai pomeriggi passati a giocare nel giardino, a scavare la terra con gli attrezzi di mio nonno.
Ricordo il sole, il caldo umido della bassa padana, le zanzare, le api del vicino di casa apicoltore, mia sorella in bicicletta.
Ricordo il fresco della casa, sempre con le tapparelle abbassate, per non "far entrare il caldo", ricordo la gassosa S.Antonio che mia nonna versava in un bicchiere di plastica (forse Moplen?) che arriva dritto dritto dagli anni sessanta.
Ricordo la stufa, a legna e poi convertita a gas, il piano cottura che aveva almeno 40 anni, il televisore Mivar appoggiato sul mobile della cucina, posso sentire ancora l'odore di quella casa.
La cantina, la lavanderia, il rumore dall'aspirapolvere e mio padre, giovanissimo, capelli corti e biondi a petto nudo lavare la macchina.
Ricordo il "viaggio" da casa mia a casa sua, 15 km che mi sembravano un'eternità.
E mi ricordo di lei, in vestaglia, sulla porta di casa che ci salutava mentre ce ne andavamo o mentre cucinava gli gnocchi. Che erano una meraviglia.
Ricordo il suo carattere, aspro.
Ricordo di averla amata e odiata, come tutte le persone sempre presenti nella mia vita.
Ricordo di aver pianto da solo, al suo funerale, mentre in macchina seguivo il suo ultimo viaggio.
E poi l'ho vista la, incorniciata in una foto, in quel posto dove l'avevo accompagnata un sacco di volte.
Ricordo un senso di smarrimento alla notizia della sua scomparsa.
ricordo
charlieboy

lunedì 26 novembre 2012

A perfect circle

Mi faccio un gaviscon sospensione orale aroma menta in bustine.
Non sarà allettante come un gin tonic fatto con l'Hendrix e con una bella fetta di cetriolo affogato tra i cubetti di ghiaccio.. ma ha la sua utilità. Specie in questo periodo.
Specie quando lavoro e basta.
Purtroppo.
Comincio il lunedì, mi alzo, appoggio i piedi sul pavimento, faccio un'inspirazione profonda e trattengo il fiato.
Il venerdì, al termine della giornata lavorativa, posso finalmente espirare.
E' così che mi sembra di fare.
Il tempo in apnea corre, va veloce, ma arriva inesorabilmente, ogni settimana.
Ogni domenica sera sento già nel naso il sapore di tutta quell'aria inspirata in un solo momento.
Il sapore di quell'aria che mi deve bastare per tutti e 5 i giorni.
Alle volte anche più.
Ora come ora non ho ne sonno ne voglia di compiere quella maledetta inspirazione settimanale.
I giorni liberi scivolano rapidi e mi sembra di non riposare mai, di non staccare mai, di non riuscire mai a fare quello che vorrei.
Mi ci abituerò?
spero di no
charlieboy

martedì 6 novembre 2012

Fragile di natura

Ma sì. Le solite cose. L'autunno. Ecc..ecc..
Vorrei riuscire ad ignorarmi per un po'. A smettere di far girare la macina che ho nella testa. Vorrei prendere delle ferie da me stesso.  Le ferie per spendere il mio tempo come mi viene. Sprecarlo forse. Ma averlo a disposizione.
Pensare al coraggio che non ho.
Pensare alla fine non mi ha mai aiutato più di tanto. E' quel pensare innaturale, che rende tutto artificioso, meccanico, lento, scoordinato.
Ritornare alle radici.
Ai desideri forse.
Cose che ho sapientemente smontato pezzo per pezzo.
Anno dopo anno.
è tanto che non scrivo qualcosa di decente
charlieboy

giovedì 25 ottobre 2012

Eataly

Ho buttato nel cesso il 90% della mia giornata. Spesa a fare nulla.
Pisolare sul divano. Poi a letto. Poi sul divano.
A vedere puntate già viste di "How it's made". E mentre scopro la meccanica dello straordinario tornio che leviga il manico delle stecche da biliardo mi viene in mente che forse potrei pensare a fare qualcosa di me oggi.
Ci penso su, mangio schifezze, bevo dalla borraccia. Faccio una specie di camping in casa mia.
E mentre Bear Grylls mangia vermi, caccia cinghiali e attraversa burroni con mezzi di fortuna io penso che... mah.. non lo so mica cosa voglio. Solo non stare così.
Allora mi sposto a letto.
L'amico Bear Grylls nel frattempo si è salvato ed ha raggiunto la civiltà.
Io che nella civiltà ci vivo vorrei attraversare il burrone al contrario.
Poi mi viene in mente che vorrei mangiare qualcosa che non mangio da tempo.
Me li cucinava mia nonna: i marubini!
Che il signore li abbia in gloria.
Mi organizzo e li raggiungo. Caldi, fumanti, li cospargo di formaggio gratuggiato...
Che meraviglia! Mi sono venute le lacrime agli occhi.
I sapori e i profumi della cucina di quand'ero piccino.
Innaffio con un buon vinello rosso con una gradazione indecente ed eccomi qui.
Ciò che rimane della giornata ha acquistato senso.
non ci voleva poi molto
charlieboy

domenica 21 ottobre 2012

ricordi maltesi


Cambia la stagione ma il mood invece prosegue nella sua traiettoria spietata e rettilinea. Il sentirmi nostalgico è, infin dei conti, una delle cose che reputo più normali. La sensazione è quella di camminare in bilico sul filo, una sensazione a tratti piacevole, che cerco di prolungare il più possibile e che innaffio con abbondanti pensieri riferiti al passato, riferiti a quegli eventi che ho vissuto e che non vorrei far tornare ma rivivere tali e quali ad allora, senza cambiare nulla. Senza sapere come sono andati a finire. Mi sento assolutamente così, privo del “senno di poi”. Attaccato al ricordo di qualcosa che c’è già stato. Lo posso accarezzare, posso valutarne i contorni, lasciare andare liberi i pensieri e fare riemergere dettagli vividi e nello stesso tempo insignificanti: io che guido nel traffico, una canzone, un profumo, un vestito, un sorriso, un percorso. I margini della persona che ero e che non sono più. Le cose cambiano solo per certi versi. Ora invece che non ho voglia di stare in mezzo alla gente (e quindi non lo faccio) ho come l’impressione di perdere terreno nei confronti dei “progressi” fatti prima. Di tutto quello che di buono ci può essere. Come se ogni volta ci fosse un punto che mi porta a ripartire da capo e con la lettera maiuscola. Le pulsioni scorrono sotto la superficie come vene che non si vedono, che non affiorano. In questo ho acquisito abilità e capacità. Riesco a tenerle lì, a renderle innocue, prive di quella spinta che può innescare il meccanismo, che può fare girare gli ingranaggi. E vivere tutti i giorni così diventa come guardare attraverso un binocolo, le immagini dei due occhi sembrano uguali ma sono in realtà abbastanza sfalsate da non coincidere mai. Con un occhio vedo quello che ho, con l’altro quello che vorrei. Penso di essere diventato talmente bravo da convincermi che quello che vorrei in realtà non esista. Farmene un ragione insomma. Allargare le braccia, mostrare i palmi e sollevare le spalle. Allora continuo a rovistare nei miei giorni e nei miei ricordi. E ricordo di aver già affrontato l’argomento con una persona che mi voleva bene. Ricordo di averglielo dolorosamente confidato mentre rimanevo stupito nel sentire le mie lacrime scendere abbondanti e inaspettate, come non succedeva da tempo. mentre rimanevo stupito nel vederla piangere del mio piccolo (o grande) dolore
charlieboy

mercoledì 3 ottobre 2012

La position du tireur couché

P., Anno Domini 2002

P., il portinaio, con cui passavo un sacco di tempo a parlare di storia, libri e politica, senza sentirmi però all’altezza della conversazione, mi aveva consigliato questo libro.
Le sue parole erano state: “Una narrativa di rara asprezza. L’autore non perde tempo in convenevoli".
Probabilmente aveva letto il libro in lingua originale.
In francese era stato pubblicato nel 1981, in italiano 11 anni dopo. 
Ero andato il giorno dopo, in libreria, a cercarlo. Una di quelle belle librerie universitarie, dove si trova di tutto. Libri usati, libri nuovi, fumetti, cancelleria, libri di testo. Un gran casino. Non sapevo dove cercare. Lo trovai tra un muro di libri dal dorso giallo. Quello che cercavo io era uno dei pochi con il dorso nero.  Un libricino piccolo. “Chissà..” pensai.
Tornai rapido verso la mia residenza pedalando sulla mia bicicletta verde oliva che, poco tempo dopo, mi avrebbero fregato (spero che le mie maledizioni abbiano colpito i testicoli del ladro). Effettivamente non so perché ricordi così bene quel pomeriggio.
I ricordi, e la cosa mi stupisce sempre, hanno la capacità di fissare dettagli vividi anche a distanza di tempo, anche per situazioni insignificanti.
Entrai nella mia squallida stanza, la 26. Faceva schifo e io non facevo nulla per migliorarla. Mi sdraiai sul letto e iniziai.
Era una bella giornata fuori. Cielo blu. Sentivo gli uccellini cinguettare.
Capitolo I. Poi lasciai perdere. Avevo da studiare.
La sera, a letto, nessuna voglia di leggere. Il vicino di stanza, alla numero 24, un bresciano figlio di ricco imprenditore, che scontava questa sua disgrazia frequentando il centro sociale con tanto di vestiti sciatti e atteggiamento da vero uomo di sinistra, stava scopando l’ ennessima vittima. Ci dava dentro parecchio.  Lei gradiva. Per fortuna non stava staccando una performance come quella della notte precedente ad un mio importante esame, qualche mese prima. Durante quella notte (che ricordo molto bene) mi fu impossibile dormire sia per la tensione pre-esame sia per i gemiti e i rumori tipici del coito violento del mio amato vicino. Il numero di rapporti, quella volta dell’esame, raggiunsero l’estenuante numero di quattro e in sequenza non proprio rapida; tali cioè da coprire le frequenze medio-alte dello spettro sonoro udibile e di buona parte della mia nottata.
“Si sarà calato un Viagra" pensai. E metteteci pure un po’ di invidia. Che non guasta mai.
Quella notte comunque riuscii ad addormentarmi e mi svegliai, al solito, verso le cinque. Zero sonno. Era il momento buono. Aprii il libro.
La lettura mi prese a tal punto che continuai fino al suono della sveglia.
“Cazzo.. devo andare a lezione” pensai quando si mise a suonare.
Doccia, colazione, bicicletta, aula universitaria, posti in fondo.
Il professore parlava di qualcosa, non so, non mi interessava minimamente. L’aula era una sorta di reliquia di metà del ‘900. Un anfiteatro di legno. Sui sottili e lunghi banchi semicircolari c’era scritto qualsiasi tipo di stronzata, dal “Ti amo tanto” al “Forza Inter”.
“Cristo, speravo che il liceo fosse davvero finito” mi ritrovavo a pensare ogni volta che leggevo quel genere di stronzate incise, a perenne memoria, nel legno.
Cosa ben peggiore, anni dopo, mi sarei ritrovato ad avere come colleghi di lavoro gli stessi possessori delle mani (e delle menti) in grado di incidere (e di pensare) tali cagate. [Il tempo non li ha migliorati… ma l’inaffondabile autostima li rende stranamente adatti al mondo del lavoro, alla vita terrena e pure all’atto della riproduzione, esattamente come il bresciano.]
E così, appoggiato al banco, non riuscivo a staccare gli occhi dal libro acquistato il giorno precedente e macinavo capitoli.
Ricordo i capitoli conclusivi letti mentre la lezione stava terminando.
“Ma che cazzo ci sono venuto a fare?” mi domandai. Effettivamente scendere dal letto dopo aver dormito praticamente nulla e fare di tutto per essere puntuali ad una lezione che si era già deciso di non seguire, non aveva molto senso. Ma ai  tempi vivevo ancora di “senso del dovere”. Cosa che poi, per fortuna, con il tempo, ho imparato a lasciare perdere. Roba per uomini d’onore, militari o religiosi e io non appartengo a nessuna delle 3 categorie.
Anche se ai tempi ci stavo ancora provando.
“Che libro!” pensai tra me e me con un’ espressione soddisfatta sul volto; la lezione era finita, qualcuno lasciava l’aula, qualcuno andava a fumare, qualcuno rimaneva al posto, vidi una ragazza, capelli rossi, occhiali dalla montatura blu guardarmi, voltare lo sguardo e salire le scale.
Stavo accarezzando la copertina. Era stato un grande acquisto.
“Ciao” mi disse.
Alzai lo sguardo ed era lì davanti a me.
“Ciao” risposi.
“Cosa leggi?” disse con un tono che tradiva un non trascurabile imbarazzo.
“E’ un libro che mi ha consigliato ieri un amico. Non riuscivo a smettere di leggerlo. Non mi era mai capitato”.
Non era mai capitato anche che una ragazza si facesse una scalinata per venire a chiedermi cosa stessi leggendo.
Parlammo, del più o del meno.
“A me piace molto Calvino” disse.
E poi entrò un altro professore. E cominciò un’altra lezione. Di cui non ricordo nulla.
Cominciò lì la mia amicizia con F.
Poi diventammo amanti e poi tornammo amici.
E lo siamo ancora.
 

Il libro?
“Posizione di tiro”. Jean Patrick Manchette. Ed. Einaudi tascabili. Collana Vertigo £ 15.000

L’ho riletto a distanza esatta di 10 anni. Ho esclamato ancora: “Che libro!” dopo aver sfogliato l’ultima pagina
charlieboy